Erasmus: breve storia di come ci sono arrivata

Quando mi sono iscritta all’università (nell’ormai lontano 2007) ero una giovane matricola con le idee (poco) chiare ma alla ricerca di novità.

Ricordo che feci il test per lingue, che all’epoca aveva ancora il mitico numero chiuso; per medicina, per accontentare i genitori, che dicono sempre “tu provalo che non si sa mai”, ovviamente senza nemmeno un briciolo di convinzione, dato che arrivavo da un liceo linguistico; infine per bioecologia applicata, una branca di biologia che mi interessava molto e che (credevo) mi avrebbe permesso di lavorare subito.

Passai sia bioecologia che lingue e a quel punto scelsi la strada peggiore (e per ragioni che ora mi sembrano assolutamente futili): Bioecologia applicata. Perchè non lingue? Avevo sempre studiato in quel campo, avevo la strada spianata, era attivo perfino il corso di giapponese! Non mi sono del tutto pentita della mia scelta, sia chiaro, ho avuto i miei piccoli successi anche in quella carriera e ogni tanto ripenso che forse ora avrei le capacità e il metodo per affrontare gli esami che proprio non riuscivo a passare, cioè matematica e chimica. Ad ogni modo, furono due anni di sacrifici e alla fine scelsi di cessare la carriera e ricominciare in lingue. Caso volle che intrapresi il percorso con una compagna delle superiori, una delle poche con cui avevo legato in modo autentico. Lei si stava iscrivendo per la seconda volta, dopo aver tentato di conciliare studio e lavoro con scarso successo. Sono stati anni di condivisione di gioie e lacrime, sia per gli esami che per la nostra vita personale e li ricordo con il sorriso e una punta di nostalgia. In quel periodo, cioè fino più o meno al 2014, l’erasmus era un evento tanto ambito quanto raro: i requisiti erano (vado a memoria, perdonatemi)

  • avere una media del 25
  • avere accumulato i crediti del primo anno
  • avere <26 anni

Di tutto questo, io avevo solo l’età. Noi poveri lavoratori in nero, noi che “studia ma non si applica”, e anche noi che non avevamo grandi possibilità economiche (nonostante le borse dell’uni), o anche noi che sentivamo le pressioni psicologiche tipiche di chi abita su un’isola, noi eravamo tagliati fuori. Cercavamo di alzare la media, ma nel frattempo gli anni passavano e la possibilità sfumava inesorabilmente. Quindi la triennale è passata così, facendo altre esperienze all’estero per mezzo di altri programmi tipo Youth in Action o Erasmus+KA1. Ricordo come i grandi parlavano delle mie cugine in erasmus, una in particolare andò a Londra per lavorare in una biblioteca (nella mia mente immaginavo il Trinity College) e i genitori le spedivano scatoloni di pasta. Ricordo che immedesimarmi scatenava un misto di paura e entusiasmo, come se stessi aspettando quell’occasione da sempre.

Ormai mancano poche ore alla mia partenza, perchè sì, vado in eramus. Alla mia età. Mi sento un pelino anziana, sarà che non riesco più a reggere serate con gli amici che vadano oltre mezzanotte (ma ci sono eccezioni se la compagnia è specialmente coinvolgente:) o sarà che sono entrata nel tunnel di quelli che guardano Chi l’ha visto? (lo guarderò anche dalla penisola iberica), in ogni caso non ho voluto privarmi della possibilità, visto che i requisiti sono cambiati e media ed età non contano più. Quando ho dato la notizia la prima reazione è stata: “Ah, Barcellona! Quindi vai a divertirti!”. Per libera associazione quindi erasmus—>stato estero—> lontano da genitori/partner—>libertà di festeggiare ogni sera e di essere sentimentalmente volubili e sessualmente disponibili. Io l’ho trovata una cosa estremamente offensiva, sia che fosse detta da un conoscente, un parente, un amico, il proprio partner.

No, non vado a divertirmi. L’erasmus è pensato per fare un’esperienza all’estero di studio – o tirocinio nel mio caso -. Se sono irresponsabile e non mi importa di seguire le lezioni o di studiare, faccio baldoria tutta la notte. Se sono single e mi va di divertirmi, lo faccio, così come come posso essere single e non volerlo fare. Sembra strano? Sto sprecando occasioni? Pare sia opinione comune. Se invece ho un compagno, che ho scelto, che amo e di cui mi fido, io sono tranquilla. Dovrebbe esserci tranquillità e fiducia reciproca, la questione vale per l’uno ma anche per l’altro e va inserita nella sfera delle relazioni a distanza. Va affrontata insieme, coltivando quello che sì è costruito insieme, nonostante la lontananza, se c’è la voglia di farlo. In caso contrario, si chiude e ognuno per sè.

La malizia sta negli occhi di chi guarda.

 

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2 risposte a "Erasmus: breve storia di come ci sono arrivata"

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  1. Che poi il divertimento non mancherà ma non è certo l’unico aspetto… se non altro è il migliore. L’Erasmus è in primis un impegno verso sé stessi, una sfida personale, il desiderio di una vita, a volte un riscatto personale 😉 ridurre tutto questo a un “divertimento”, e anche il divertimento alla lascivia, è stupidamente cinico. O cinicamente stupido. Bon voyage!

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